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Crisi Libia/ Cestari: “Tutela delle imprese danneggiate,

bene posizione Ministro Romani

Ora Governo e aziende insieme per la stima delle perdite

e l’avvio delle procedure risarcitorie

ROMA, 22 AGOSTO 2011 Gli imprenditori danneggiati dalla guerra in Libia attendevano, da mesi, misure concrete dal Governo. Le parole pronunciate stamattina dal Ministro Romani vanno nel senso auspicato” dice il Presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale ing. Alfredo Cestari, che spiega: “Per le imprese italiane sarà difficile ripristinare in Libia i contratti sottoscritti con il Governo-Gheddafi. Non esiste alcun automatismo né dipenderà dalla esclusiva volontà del futuro esecutivo di Tripoli”, chiarisce. “L’Italia era il primo Paese europeo investitore in Libia. La guerra ha determinato il blocco di ogni tipo di attività per un danno, comprensivo del blocco dell’import/export, superiore ai 100 miliardi di euro. Di certo 130 imprese italiane in Libia hanno fermato le proprie attività con inevitabili ripercussioni sul vasto ed articolato sistema industriale ed imprenditoriale dell’indotto in Italia ed oggettive difficoltà a lavorare nel resto del ‘continente nero’ per la condanna alle operazioni militari di Unione Africana, Lega Araba e Brics. Dopo oltre cinque mesi di guerra in Libia il danno complessivo per le imprese italiane è enorme”.

Fino a prima della guerra – continua Cestari - le PMI italiane stavano investendo in Libia per un ammontare di oltre 60 milioni di US$ prevalentemente in attività di produzione nei settori dei materiali da costruzione (mobili, infissi, ferramenta....) della meccanica, della plastica e del turismo.  Altri progetti erano in fase di perfezionamento mentre alcuni raggruppamenti di imprese avevano scelto di impiantarsi in Libia aprendo lì i propri uffici di rappresentanza. Chi salverà questi investimenti? I contratti sottoscritti con il governo di Gheddafi risultano privi di efficacia a causa della mancanza di una istituzione in grado di farli rispettare riconosciuta in Libia e dalla comunità internazionale. Ad oggi le nostre aziende sono fuori dalla Libia e difficilmente vi rientreranno alle condizioni precedenti”.

"Tecnicamente i contratti potrebbero ritrovare legittimità solo se alla fine delle ostilità e ad esito delle libere elezioni, il futuro governo legittimo di Libia intendesse ereditare dal Governo-Gheddafi contratti e trattati sottoscritti. “Il prossimo esecutivo libico – spiega Cestari – potrebbe avere difficoltà ad assecondare le esigenze dell’Italia per le sicure pressioni dei governi degli altri Stati interventisti. Anche partendo alla pari nella corsa alla ricostruzione ed allo sviluppo della Libia, l’Italia avrà perso le posizioni acquisite in decenni di consolidati rapporti economico-finanziari, imprenditoriali ed industriali a vantaggio di Francia ed Inghilterra. Questa silente competizione ha già fruttato molto in termini di ‘preliminari di accordi’ proprio alla Francia. Sotto una mirata regia, forte di una dinamica collaudata e di una virtuosa intesa tra indirizzi politico-militari ed economico-finanziari, Parigi in questi mesi ha guadagnato molto terreno dalla strategia dei bombardamenti a tutto vantaggio del proprio sistema economico. E’ quindi illusorio affermare che a fine guerra si ripartirà a parità di condizioni. Le aziende italiane erano regine e protagoniste in Libia; in un prossimo futuro dovranno faticare molto per riconquistare le posizioni azzerate, perse”.

Prendendo spunto dalle dichiarazioni del ministro Romani, il Presidente Cestari invita quindi imprenditori e Governo ad “addivenire ad una comune stima delle perdite subite al fine di avviare le procedure risarcitorie”.

Le imprese - Le grandi imprese italiane presenti in Libia operano soprattutto nei settori del petrolio e gas (Eni, Snam Progetti, Edison, Tecnimont, Saipem), delle costruzioni ed opere civili (Impregilo e Bonatti, poi Garboli-Conicos, Maltauro, Enterprise), della ingegneria (Techint e Technip), dei trasporti (Iveco, Calabrese, Tarros, gruppo Messina, Grimaldi, Alitalia), delle telecomunicazioni (Sirti e Telecom Italia), dei mangimi (Martini Silos e Mangimi); della meccanica industriale (Technofrigo - impianti refrigerazione e OCRIM – mulini); delle centrali termiche (Enel Power); dell’impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip, Gemmo). Sono presenti inoltre Telecom, Prismian Cables (ex Pirelli Cavi).

In assoluto il maggiore investitore nel Paese è L’Eni, presente in Libia sin dal 1959 con le società Eni Oil e Eni Gas ed altre del gruppo operanti nel settore degli idrocarburi come Saipem, Snam Progetti (acquistata dalla prima). L’Eni aveva inoltre sottoscritto con il Governo-Gheddafi accordi per il rinnovo delle concessioni fino al 2045. Altro importante investitore è l’Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista ed un impianto di assemblaggio di veicoli industriali”.

 

 

Investimenti e commesse ad aziende italiane - la Finaset (trading edil procurement) attraverso la CO.GE.L. aveva ottenuto un contratto di alcune centinaia di milioni di euro per la ristrutturazione nel centro di Tripoli di diverse costruzioni di origine italiana, di parte della Medina e del vecchio Monopolio dei tabacchi e la Italflex. La Sirti, con la francese Alcatel, aveva chiuso un contratto per la fornitura e messa in opera di oltre 7.000 km di cavi di fibre ottiche per un importo globale di 161 milioni di euro (di cui 68 per Sirti). La Prysmian Cables & Systems di Milano (ex Pirelli Cavi) un contratto da 35 milioni di euro per la fornitura e posa di cavi a larga banda nella rete del Libya General Post and Telecommunications Company (GPTC). La Agusta-Westland aveva ottenuto il contratto per la fornitura di 10 elicotteri con relativi corsi di formazione ed assistenza post-vendita.

La Alenia Alemacchi un contratto di 3 milioni di euro per un programma di formazione e revisione dei sistemi di propulsioni su 12 aerei SF – 260. La Soc. Impregilo aveva ottenuto contratti per oltre 1 miliardo di Euro per la costruzione di tre centri universitari, del nuovo Centro Congressi di Tripoli e per infrastrutture da realizzare a Tripoli e Misurata. La Trevi sta(va) lavorando alla costruzione del nuovo Hotel Al Ghazala, al centro di Tripoli e di due centri commerciali. Le compagnie Tarros, Messina e Brointermed, gia operanti in Libia da circa 20 anni, hanno costituito un consorzio che, in alleanza con la locale Germa Shipping Agency, avrebbe dovuto costruire un terminale per Container su 150 mila metri quadri presso il porto di Tripoli (il costo dell'intero progetto si sarebbe aggirato sui 35/45 milioni di Euro). La Soc. italiana CO.GE.L (GilafGroup) aveva ottenuto l'appalto per la ristrutturazione delle facciate di alcuni palazzi la cui architettura risale alla presenza italiana in Libia, vicini alla centralissima Piazza Verde: il Ministero delle Finanze e l’ex-tabaccheria o monopolio dei tabacchi, il castello di Tripoli che ospita il più importante museo della capitale, di un altra struttura che avrebbe dovuto trasformarsi in museo personale del Leader Libico Gheddafi, delle centralissime gallerie "De Bono", "Mariotti" e "Aurora" e della Medina. Importo globale: diverse centinaia di milioni di euro.

Il Gruppo ENI aveva firmato con la "Gheddafi Development Foundation" e la libica "National Oil Corporation" (NOC) un accordo che prevedeva un investimento di ca. 150 milioni di US$ da spendere nei prossimi anni per progetti di natura sociale: formazione di ingegneri libici che dopo due anni di traning sarebbero stati  assunti; costruzione di cliniche polispecialistiche e relative forniture di attrezzature ospedaliere; restauro di siti archeologici; restauro di scuole e progetti ambientali. La Ocrim aveva firmato un contratto per 150 milioni di Euro per la costruzione di alcuni silos.

Infine l’autostrada dell’amicizia, chiesta da Gheddafi al Governo Italiano quale risarcimento finale per i danni subiti dalla colonizzazione italiana. I 1700 km (da costruire in 20 anni) avrebbero dovuto congiungere Rass Ajdir a Imsaad, il confine con l’Egitto a quello con la Tunisia. La spesa prevista era di 3 miliardi di dollari. Ad aggiudicarsi la gara da 125,5 milioni di euro per il servizio di ‘advisor’ fu il raggruppamento di imprese costituito da Anas (capofila) – Progetti Europa & Global- Talsocotec.

 

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